29 luglio 2013 – L’Acri accentua il bianco e nero. L’associazione italiana delle fondazioni e delle casse di risparmio ha pubblicato nei giorni scorsi il diciottesimo rapporto sulle Fondazioni di origine bancaria, un poderoso documento la cui sintesi era stata anticipata la settimana precedente (il 17 luglio) da un comunicato sulle macro tendenze. I risultati segnavano un miglioramento dei proventi, ma non una ripresa delle erogazioni, le quali hanno proseguito la discesa.

Gli aspetti che qui vale la pena evidenziare vanno oltre i numeri aggregati, e sono rintracciabili all’interno del rapporto. Rappresentano le due facce della realtà delle fondazioni. Da un lato, la loro anima imprigionata dalle convenzioni passate. Dall’altro, la loro anima attratta dalle innovazioni future.

L’ANIMA DI IERI
Il primo aspetto è rilevabile a pagina 97, dove vengono elencati i settori premiati dalle erogazioni delle fondazioni (ancora in larga parte, peraltro, in modalità granting, ossia con risorse totalmente destinate a terzi per l’esecuzione del progetto). Ebbene, al primo posto, con circa un terzo del totale delle erogazioni allocate, resta il comparto Arte, Attività e beni culturali. Può indubbiamente essere un comparto chiave per lo sviluppo del Paese. Ma sembra esserlo purtroppo solo sulla carta. Dopo mezzo secolo di buoni intenti, ancora si parla – e solamente si parla – di questo decollo dell’economia culturale. Viceversa, il timore è che proprio il modello erogativo-assistenzialista ne abbia tarpato le spinte (?) imprenditoriali necessarie a renderlo un vero volano di sviluppo.

Per un concreto stimolo territoriale viene allora il dubbio che le risorse delle fondazioni debbano riequilibrarsi. Invece, si scopre che «il settore Ricerca perde due posizioni in graduatoria, dal secondo al quarto posto degli importi erogati (al 12,3% del totale)». E che «lo Sviluppo Locale è sesto in graduatoria, col 5,7% delle somme erogate».

L’ANIMA DI DOMANI
Il secondo aspetto, quello che lascia spazio a concrete speranze di cambiamento, è spalmato su un’analisi che va da pagina 201 a 217. Nella sostanza, è una dichiarazione con cui le fondazioni bancarie cominciano ad abbracciare l’identità di impact investors. Ovvero, di impiegare il proprio “personale” patrimonio in investimenti con rendimenti non solo finanziari, bensì anche sociali. «Si sta sempre più affermando, anche in Italia – spiega il documento – una visione evoluta dell’attività delle Fondazioni, che in linea con l’orientamento già affermatosi a livello internazionale, tende a perseguire gli scopi istituzionali anche tramite l’investimento delle risorse patrimoniali. In tale contesto, si attribuisce all’investimento non solo la finalità propria di conseguire i proventi, ma anche quella di raggiungere gli obiettivi statutari, orientando l’impiego delle disponibilità in settori e verso soggetti le cui caratteristiche operative e qualitative siano in linea con quelle proprie della Fondazione. Si parla in questi casi di Mission Related Investment (Mri). Per descrivere gli Mri si può far riferimento a una frase, molto esplicativa e di forte impatto, tratta da un documento illustrativo sugli Mri redatto dalla Trillium Asset Management Corporation, una società leader che opera in maniera innovativa negli Usa nell’investimento sostenibile e responsabile: “Investire senza avere alcun riguardo all’impatto sociale o allo sviluppo può comportare dei seri problemi alla struttura degli investimenti che si tenderà successivamente a risolvere con la politica delle erogazioni. È come se da un lato si premesse sull’acceleratore e dall’altro, contemporaneamente, si frenasse”».

L’ammontare è ancora piuttosto ridotto. L’analisi (condotta per questo aspetto sui bilanci del 2011) rivela che «gli investimenti correlati alla missione si attestano complessivamente a 3.533 milioni di euro e rappresentano il 7,1% del totale attivo e l’8,2% del patrimonio».

Si tratta di una piccola macchia bianca. Ma, per quanto minima, sembra bianchissima.

 

A cura di ETicaNews