11 ottobre 2012 – C’era una volta l’economia sostenibile. Già, ma cos’era? Sembra quasi una favola. E, come nelle favole, diventa allora necessario andare a descrivere chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Per poter poi scegliere dove ci portano la ragione e il cuore. Con l’approccio narrativo di un racconto professionale e personale a un tempo, Stefano Montobbio, responsabile Sri di BSI, prosegue il viaggio, in ET.storiediCsr, attraverso le ragioni, le percezioni, le analisi e le prospettive della social responsibility vissuta e sviluppata all’interno di un istituto di credito. E, dopo aver ragionato sulle origini delle motivazioni nella prima puntata, qui affronta il primo, cruciale, scoglio. Che cosa vuol dire precisamente sostenibilità? Significa preservare l’ambiente? Promuovere produzione e consumi locali, demonizzando la globalizzazione? O ancora non sprecare le risorse della Terra? Con questo secondo articolo (anche questo pubblicato di seguito a questa introduzione e/o scaricabile in pdf), Montobbio cerca di dare una spiegazione e di far capire, dopo esserselo chiesto in prima persona, qual è il senso del termine “sostenibile”. Dopo una lucida riflessione che fa pensare (“sostenibilità” richiede un aiuto, un sostegno, una responsabilità, sennò «prima o poi viene giù») e cerca la provocazione (la crescita sostenibile? un ossimoro), «forse – scrive Montobbio – occorre “rassegnarsi” a usarla male. Bisogna rendersi conto che quando si parla di sostenibilità in realtà si parla di qualcos’altro. Si parla di una tensione verso di essa, si parla del tentativo di migliorare il nostro modo di vivere o di fare business».

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Dentro una parola
di Stefano Montobbio – Responsabile Sri di BSI

 

C’era una volta, tanti anni fa…… Quando eravamo piccoli le storie iniziavano sempre così. L’eroe compariva nelle prime pagine ed era chiaro che avrebbe sconfitto draghi e streghe e sposato una principessa. Un tempo era un aitante cavaliere, oggi un orco, ma il concetto non cambia.

All’inizio del nostro viaggio, invece, il protagonista era un po’ da inventare, ma non nel senso che non sapevamo chi fosse. Per noi era chiaro, volevamo inserire in finanza delle considerazioni che l’avrebbero resa migliore, più corrispondente al nostro modo di pensare. Però, in un certo senso, non avevamo pensato a descriverlo, a dargli un aspetto, un vestito. Ci sembrava inutile, sapevamo dove volevamo andare. Poi ci siamo resi conto che, se volevamo raccontare questa storia ad altre persone, dovevamo definire in maniera chiara chi fosse il protagonista. Qui sono cominciate le difficoltà.

Fateci caso. Oggi tutti parlano di sostenibilità, ma pochi spiegano che cosa vuol dire, cosa intendono. Questo non è necessariamente sbagliato, comporta anche dei vantaggi. Herman Daly scrisse che la mancanza di una chiara definizione di sviluppo sostenibile è un bene, in quanto permette di far crescere un consenso molto ampio relativamente al fatto che è moralmente ed economicamente sbagliato considerare la terra come un’azienda in liquidazione. Non solo, aggiungiamo noi, permette anche di mettere d’accordo persone con opinioni diverse e magari discordanti. La mancanza di una chiara accezione consente a molti di appropriarsi della parola e di utilizzarla. Questa considerazione ci ha portato a pensare che la nostra volontà di rendere “migliore” la finanza doveva necessariamente essere comunicata in modo razionale, oltre che emotivo. Se così non avessimo fatto, avremmo semplicemente avvicinato la finanza al nostro modo di pensare, non l’avremmo necessariamente “resa migliore”. Occorreva definire in maniera chiara che cosa volevamo raggiungere per poter essere trasparenti, per poter capire e spiegare meglio, nelle nostre scelte, dove finiva la parte razionale, più “oggettiva” e cominciava quella più soggettiva.

Il termine sostenibilità è molto usato, forse troppo. Qualche volta sicuramente a sproposito. Per meglio capire abbiamo cercato sul vocabolario. La parola deriva dal latino sustinere, tenere sotto, tenere da sotto. Una cosa si può tenere da sotto solamente se non è troppo pesante. Significa anche che, senza qualcuno o qualcosa che sostiene, l’oggetto crolla, non sta in piedi. Quest’idea ci piace. Un’economia sostenibile è un’economia che ha bisogno di aiuto per funzionare. In fin dei conti tutti i sistemi hanno una naturale tendenza all’entropia. L’aiuto serve a compensarla, a far sì che il sistema resti un po’ più ordinato. Se è necessario un aiuto, esiste una responsabilità personale, una scelta precisa che deve essere fatta. O decido di aiutare o decido di non aiutare. La possibilità di astenersi non è contemplata, la non scelta corrisponde alla decisione di non aiutare. Questo purtroppo non è sempre chiaro, ma crediamo faccia parte del binomio diritti e doveri. L’alternativa è un’economia non sostenibile che non può stare in piedi, pur con tutti gli sforzi di tenerla su. Se un’economia non è sostenibile, significa che non ci sono vie di scampo, prima o poi viene giù. Ahimè.

Abbiamo continuato a guardarci in giro. La definizione più usata è quella della commissione Bruntland, risalente al 1987. “Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni”. Bella, impegnativa. Forse un po’ inflazionata ma utilizzabile. Almeno a prima vista; se si scava più a fondo le cose si complicano.

Intanto quali sono i bisogni delle generazioni future? Come punto di partenza ci sembra corretto ipotizzare che debbano essere uguali ai nostri, ma non è scontato. Se pensiamo al reddito, che solitamente è la prima cosa che salta in mente, l’asticella è bella alta; la generazione corrente è una delle più benestanti di tutta la storia dell’umanità. Tuttavia sulla carta questo non dovrebbe essere un problema. Vista la centenaria storia di crescita economica del pianeta tra dieci, venti o cinquant’anni il reddito sarà ben più alto dell’attuale. O no?

Tuttavia si parla di bisogni, needs nella formulazione originale, non di soldi. Occorre quindi definire che cosa si intende per bisogni. A questo punto, onestamente, non abbiamo certezza su quali saranno i bisogni dell’umanità futura. Sicuramente vorranno mangiare e bere, ma non sappiamo se saranno felici all’idea di avere una macchina più veloce, una casa più grande o più tempo libero. Se avranno bisogno di più cultura, spiritualità, musica. Se preferiranno gli spazi verdi o il cemento. Saranno loro a decidere che cosa è per loro importante, come cercare la felicità. Quando si parla di bisogni, quindi, dobbiamo andare cauti, non possiamo riferirci a una curva di utilità, come si fa in microeconomia. Non sappiamo quali saranno le loro preferenze. L’unico modo in cui riusciamo a interpretare questa definizione è che l’umanità futura deve avere almeno gli stessi diritti e possibilità di quella attuale, le stesse opportunità che abbiamo noi oggi. Se portiamo avanti il ragionamento in maniera coerente, significa che l’ecosistema non deve essere ipotecato. Vuol dire anche che le future generazioni dovranno ricevere un mondo con un certo capitale ambientale, culturale e sociale che dovrà essere nel complesso non inferiore a quello odierno.

Per quello che riguarda la parte relativa alle risorse significa che dobbiamo lasciarne tante quante ne abbiamo trovate. Il che, se guardiamo quello che sta succedendo, appare difficile. Forse possiamo pensare di lasciarne un po’ meno, se avessimo la ragionevole certezza che la Terra sia in grado di rigenerarle in tempo. Magari ancora un po’ meno, se lasciamo un capitale culturale o tecnologico superiore a quello che abbiamo trovato. Il bagaglio di conoscenza, in qualche modo, compenserà quello che manca in altri campi. Questo effetto di sostituzione ha però dei confini, non può essere spinto all’infinito. Fondamentalmente significa che dobbiamo imparare a vivere all’interno dei limiti dell’ecosistema, senza turbare equilibri sociali o ambientali estremamente complessi che sovente non capiamo appieno e quasi mai riusciamo a governare. Significa anche che, poiché nulla di fisico può crescere indefinitamente, parlare di “crescita sostenibile” rischia di essere un ossimoro, una contraddizione.

Non apparteniamo necessariamente a quelli che teorizzano decrescita o crescita zero a causa della finitezza delle risorse. Ci sembra però evidente che la crescita economica non potrà dipendere da un consumo così come inteso oggi. Un consumo di beni fisici può continuare soltanto se legato a input rinnovabili, altrimenti diventa insostenibile. E anche in questo caso non è sempre vero, la scala gioca un ruolo fondamentale. Se la pesca locale finalizzata a creare un prodotto tipico può essere sostenibile, l’estensione su scale globale può creare problemi; la moltiplicazione delle catture porterebbe infatti a un rapido esaurimento della pescosità. Il prodotto tipico può essere sostenibile finché è locale, rischia di non esserlo più se diventa globale.

Così l’aumento dell’efficienza può essere spinto fino a un certo punto oltre al quale diventa sempre più difficile, se non impossibile. Oltre una certa soglia non si può più parlare di crescita, al massimo di equilibrio, di stato stazionario. La crescita andrà cercata altrove.

Il principio di efficienza, principio per il quale abbiamo una certa simpatia, ci sembra però sempre meno adatto ad affrontare da solo la tematica della sostenibilità. Una produzione più efficiente permette un minor utilizzo di materiale e implica una riduzione del prezzo. Questo, a sua volta, significa un aumento della domanda, nuovi utilizzi e alla fine un maggior consumo. Il prezzo della risorsa può variare in base alla sua minore o maggiore scarsità, ma non riesce a considerare l’aumento dei costi indiretti quali distruzione di ecosistemi, pressione su culture locali, inquinamento, CO2 eccetera.

Se considerassimo questi costi, a un certo punto la crescita potrebbe diventare antieconomica. Secondo alcuni economisti ci siamo già. Non lo sappiamo con certezza, speriamo e pensiamo che non sia vero, ma per poterlo affermare, in un senso o nell’altro, occorrerebbe conoscere esattamente i costi. Molto difficile. Ci ha provato un’emanazione delle Nazioni Unite, l’UNEPFI. La stima è pari a circa il 10% del Pil mondiale e aumenta più che proporzionalmente alla crescita. Spaventoso. Per quanto questi numeri siano difficili da calcolare, bisogna iniziare a tenerne conto nell’agire, in economia come in finanza. In fin dei conti, se non si considerano i costi, come si può programmare una produzione e affermare che la crescita è sempre un bene?

Il concetto di efficienza, a cui spesso si fa riferimento quando si parla di sostenibilità, da solo non basta. Per quanto importante sia, è un gradino intermedio e necessario prima di cambiamenti che oggi sono difficili da capire o immaginare.

Condividiamo la definizione Bruntland, ma utilizzarla comporta conseguenze molto serie e appare chiaro come la parola “sostenibile” sia spesso caricata di significati diversi rispetto a quelli che può sopportare oggi. Bisogna sottolinearlo. È importante essere onesti nei confronti di sé stessi e degli altri ed è fondamentale rendersi conto che ci muoviamo in un mondo imperfetto.

Tuttavia come si fa oggi a trovare un’altra parola per descrivere la sostenibilità? Forse occorre “rassegnarsi” a usarla male. Bisogna rendersi conto che quando si parla di sostenibilità in realtà si parla di qualcos’altro. Si parla di una tensione verso di essa, si parla del tentativo di migliorare il nostro modo di vivere o di fare business. Il passaggio a un’economia sostenibile richiederà decenni e cambiamenti significativi in ambito di politiche e stili di vita. Anche se ogni definizione presenta contraddizioni o limiti, in qualche modo occorre provarci.

In generale noi crediamo che sia sensato e ragionevole usare questo termine quando si parla di un’attività, un prodotto o processo che crea valore economico e sociale rispettando l’ambiente in termini di utilizzo di risorse e inquinamento. Secondo il settore merceologico questo sarà più o meno possibile. Le aziende che si sforzano di migliorare il loro approccio al business andando in direzione di una maggior responsabilità, che emergono rispetto a ciò che fanno i concorrenti, devono servire da stimolo ed esempio. Questo significa parlare di efficienza, ma non solo; non possiamo riferirci soltanto ad aspetti ambientali, per quanto importanti essi siano. Il problema, in generale, è che è estremamente difficile attribuire un valore monetario a ogni cosa. Diceva Oscar Wilde che il cinico è colui che conosce il prezzo di tutte le cose e il valore di nessuna.

Parlare di sostenibilità significa anche introdurre considerazioni che potremmo definire etiche, sia pure di un’etica basilare e condivisa. Significa certamente considerare l’importanza di avere un clima non impazzito, aria pulita da respirare, acqua a disposizione e una natura in grado di supportare le diverse forme di vita naturale e vegetale, ma significa anche considerare altrettanto importanti aspetti culturali, di educazione, salute e rispetto dei diritti umani.

Anche gli aspetti economici sono importanti. Come facevano notare Hamilton e Ruta nel 2006, se la crescita della ricchezza pro-capite non è garanzia di sviluppo sostenibile, è anche vero che la sua diminuzione rende tutto più problematico. Occorre forse ampliarne la definizione sulla falsariga di quanto proposto dal World Business Council on Sustainable Development o da economisti del calibro di J. Stieglitz, A. Sen o JP. Fitoussi. In fin dei conti sappiamo tutti che il vero benessere non può essere ricondotto al possesso di beni o al loro consumo.

Bisogna, anche se è difficile, cominciare a incorporare i costi delle esternalità sociali e ambientali, favorire il mantenimento degli ecosistemi, della cultura e delle identità locali. Il fatto che all’interno della definizione ci siano considerazioni etiche non significa che sia una scelta più o meno possibile. È una necessità.

Questa idea di sostenibilità non è perfetta, è un punto di partenza. Ci serve a mettere in piedi un viaggio, per riprendere la metafora usata in questi articoli.

È un percorso che porta ad acquisire una maggior consapevolezza, a scelte che hanno il più possibile chiare le conseguenze. È un processo che parla di limiti, di tentativi per migliorare l’impronta ecologica e sociale. Se vogliamo è un invito a mettersi in cammino per arrivare a migliorare il nostro modo di agire e renderlo più sostenibile, responsabile o corretto. Può anche essere visto come un modo per ragionare sulle nostre contraddizioni. In senso metaforico è un tentativo di “alleggerire” l’economia e la finanza per far sì che possano essere “sostenute” senza troppi sforzi.

Oggi la finanza parte da una situazione dove questi aspetti sono marginali, occorre portarli al centro e imparare a costruire investimenti che passo dopo passo permettano di coniugare performance E tensione verso la sostenibilità. Non sarà possibile ottenere tutto subito, ma se non si comincia non si arriva da nessuna parte.

 

A cura di ETicaNews