20 maggio 2013 – Si parla di star up come se piovessero. Ma, senza un faro a indicare la strada, queste rischiano di perdersi nella nebbia.

L’idea di avviare nuove imprese, probabilmente, è qualcosa che l’Italia sente nel proprio Dna, e che l’attuale crisi porta a spolverare come una variabile di ultima istanza: il rinascimento dell’economia italiana – per usare concetti cari al sociologo Francesco Morace – passa dalla “verità” (ossia genuinità) e dalla bellezza della propria cultura diffusa, capace potenzialmente di sostituire all’attuale sistema pachidermico e disfunzionale, un modello di economie locali e condivise in cui prosperino le pmi del futuro.

Il concetto start up oggi incrocia due forze contingenti: da un lato, quella di un sistema di governo diffuso (le istituzioni centrali, ma anche le molteplici realtà di “potere” territoriale: fondazioni, enti locali, imprese, associazioni di categoria) che cerca di alimentare le realtà nascenti; dall’altro lato, quella di una società costretta alla ricerca di nuove formule di impiego e di creazione di ricchezza.

In questo scenario, è aumentata esponenzialmente l’entropia. E il rischio è di disperdere le forze.

Si prenda un caso reso noto qualche giorno fa da Unipolis. Al bando “Culturability, fare insieme in cooperativa”, promosso dalla Fondazione del gruppo Unipol, e destinato a sostenere la nascita di start up culturali e creative a opera di under 35, sono arrivati 824 progetti presentati da quasi 3.000 aspiranti imprenditori. È un numero che colpisce, è un piccolo esercito, a dimostrazione della reattività che il territorio dimostra verso queste opportunità

Per contro, si prenda una notizia riportata il 17 maggio nella Csr News della Unioncamere del Veneto. Si annuncia che «Unioncamere ha invitato le Camere, in particolare quelle che hanno attivato o attiveranno un Comitato per l’imprenditoria Sociale e il Microcredito (CISeM) e che comunque sono dotate di un Servizio o Punto nuove imprese, ad aderire all’iniziativa di sistema a valere sul Fondo di perequazione per la promozione delle start up di imprenditoria sociale. Le Camere dovranno procedere alla selezione di gruppi di aspiranti imprenditori sociali, fornire informazioni e orientamento […]. Le attività, i cui costi non potranno superare i 54.000 euro, saranno cofinanziate al 50 per cento».

Unioncamere Veneto rimandava al sito http://www.unioncamere.gov.it/. Dove, tuttavia, non si riesce a trovare il provvedimento menzionato.

L’idea che emerge, dal confronto di questi rapidi esempi, è che ci siano in circolazione molte leve da azionare, e molte neoimprese da sollevare. Ma che manchi una cosa cruciale. Un punto d’appoggio chiaro, identificabile, unico. Un faro, appunto.

Si pensi a quanto sarebbe efficace uno “Sportello start up”, dove poter conoscere tutti i bandi di tutti gli enti, dove sia possibile scegliere e confrontare, dove essere guidati nelle pratiche, possibilmente simili e ripetibili.

Lo “Sportello unico start up” oggi sarebbe forse la migliore start up d’Italia.

 

A cura di ETicaNews