12 febbraio 2014 – La barriera tra pubblico e privato non solo è caduta. Ma il sostegno reciproco potrebbe essere la chiave per un’ulteriore spinta alla responsabilità delle imprese. È stato terminato a fine 2013, e da qualche settimana è disponibile online in versione gratuita il libro “Obiettivo Comune – Le partnership pubblico-privato strumento di innovazione, responsabilità e fiducia” , Edizioni Ambiente. L’opera affronta un tema complesso e certamente sottovalutato da istituzioni e legislatore, ma che, appunto, sarà cruciale per la sostenibilità delle imprese e del contesto sociale nei prossimi anni. Il lavoro nasce dalle esperienze maturate da Impronta Etica e dai suoi soci, ed è stato curato da Marisa Parmigiani, Segretario generale di Impronta Etica nonché responsabile Sostenibilità di Unipol, e Alessandra Vaccari fondatrice e amministratore delegato di Indica e docente a contratto di sviluppo sostenibile alla Università di Ferrara, con i contributi di Luca De Biase, Marco Frey, Natalia Marzia Gusmerotti, Ilaria Orfino, Roberta Paltrinieri, Mariella Stella.

“Obiettivo Comune”, dunque, è una serie di analisi, improntate su esperienze imprenditoriali e professionali specifiche. L’obiettivo è fare chiarezza, in primo luogo, su ciò che si nasconde dietro il concetto di partnership pubblico-privato, e, da qui, comprenderne le opportunità per il modello futuro di impresa, società e individui. «Gli autori di questo volume – si legge nell’introduzione – credono fermamente nel fare insieme e nella corresponsabilità come leva di sviluppo e di innovazione».

POCHI STANDARD, POTENZIALITÀ DI GOVERNANCE

«Partnership pubblico-privato (Ppp) – scrivono le curatrici nell’introduzione – è infatti uno di quei termini abusati e confusi (come sostenibilità, green e smart) che vengono usati in molteplici contesti con significati molto diversi». Dalle analisi del libro viene evidenziato «il basso livello di standardizzazione normativa del fenomeno, che ne ostacola la diffusione, e l’elevato potenziale per la realizzazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile, che richiede, infatti, un modello di governance capace di integrare gli strumenti di command and control con quelli market based, in un equilibrato insieme di policy mix instruments».

LOCALE BATTE INTERNAZIONALE

Dalla serie di contributi sembra emergere un leit motive interessante, quello della «dimensione locale, come dimensione della partecipazione e della co-responsabilità». È in questo ambito che «viene individuato il luogo principe in cui nasce la partnership, nella condivisione di obiettivi realmente comuni, e si sviluppa, nelle interazioni del cluster locale, anche producendo valore globale. Sembra viceversa che le grandi partnership di matrice internazionale, promosse dagli organismi istituzionali, abbiano sempre meno efficacia o, per lo meno, scarsa capacità di accountability.»

OCCASIONE DI SOSTENIBILITÀ

Parmigiani, nel suo intervento, entra in modo diretto sul significato che i Ppp possono assumere per le aziende che cercano una strada responsabile. «L’obiettivo di questo contributo – scrive Parmigiani – è quello di analizzare il valore, quindi, della partnership pubblico-privato per la diffusione e il miglioramento di modelli di gestione sostenibile dell’impresa, […] avendo per presupposto che oggi il modello d’impresa a cui tendere sia quello che contempera valore economico, sociale e ambientale, rispondendo contestualmente a bisogni privati e pubblici».

Attraverso un percorso logico che tocca le recenti evoluzioni europee (non fa male rileggere cosa si è deciso a Bruxelles con Europa 2020 e Impresa 2020), si esaminano le evoluzioni delle teorie (Porter e Kramer) che ipotizzano una relazione diretta tra la competitività e l’appoggio della comunità locale, e si arriva al concetto di corresponsabilità: «La partnership non è più solo una relazione in cui si mettono a disposizione le risorse che si possiedono e, così facendo, si genera un plusvalore differente dalla somma delle relazioni, ma diventa un luogo di definizione e condivisione delle responsabilità».

DA RSI A CSI

Da qui si introduce il concetto di innovazione sociale, altro principio su cui non c’è una definizione univoca, né una precisa assegnazione di ruoli a soggetti pubblici o privati. Eppure, riscontra Parmigiani, è un concetto che ha comunque aiutato a infrangere un dogma: «Si può produrre valore rispondendo a bisogni sociali, con il plauso e il concorso del pubblico e non in alternativa o, ancor peggio, in concorrenza con esso». Non solo. Procedendo nella individuazione di cosa ci si prefigga come innovazione sociale (che, a differenza dell’ “innovazione ordinaria”, prodotta con continuità, si lega a periodi di crisi economica che impongono la ricerca di nuove formule), si rielabora il concetto di Responsabilità sociale d’impresa (Rsi). «Si può affermare – conclude Parmigiani – che con il passaggio da Rsi a Csi, Corporate Social Innovation, l’azienda si fa attore, promotore e volano di innovazione sociale: reinventa il proprio ruolo attraverso prodotti, servizi e progetti di partnership o spin-off innovativi che producono valore impattando positivamente sul sistema economico locale, sull’occupazione, sulla sostenibilità ambientale e sulla coesione sociale».

C’È ANCORA MOLTO DA FARE

«Dalla carrellata effettuata – conclude Parmigiani – su esperienze e strumenti emerge in modo chiaro come dal fronte impresa sia interiorizzata l’utilità connessa alla partecipazione a processi di partnership pubblico-privato, mentre è ancora non sufficientemente strutturata l’offerta in termini normativi e finanziari».

A cura di ETicaNews